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NELLA SANITA' CALABRESE ANCHE ECCELLENZE, SCUSATE SE E’ POCO
L’informazione è senz’altro il modo più incisivo per farci sentire tutti “cittadini dello stesso pianeta”. E’ facile e veloce ormai, navigando in internet o seguendo i titoli dei quotidiani proposti dalla TV sin dalle prime ore del mattino, farsi in tempo reale un’idea di quel che sta succedendo nel mondo. Di solito le notizie in primo piano sono le più tristi e negative: forse perché sono quelle che fanno più audience o forse perché – è ormai un luogo comune - è più “spettacolare” ascoltare il rumore di un albero che cade che il sussurro di una foresta che cresce. Restringendo il campo con un ipotetico “zoom” dal mondo intero al nostro continente e via via fino alla nostra amata e tormentata regione, le cose ahimé, non cambiano di molto, anzi se possibile sono amplificate proprio nel loro lato negativo. Parliamo ad esempio di sanità, degli alberi tarlati della mala sanità, che fanno tanto notizia, a fronte di quelli, sani e robusti – perché ci sono! – della buona sanità, di cui si dice poco e, quando qualcosa si dice, spesso lo si fa in modo scorretto e non veritiero. Si fa un gran parlare di ospedali che sorgeranno in un prossimo futuro al posto di altri che intanto sono già stati celermente chiusi (nell’ottica dei tagli); oppure di strutture moderne ed in ottimo stato, dove però il personale (sempre nella stessa ottica) è stato ridotto fino all’insufficienza; o ancora di ospedali dove è garantito un servizio altamente professionale dal punto di vista medico, psicologico e umano ma allocati in strutture vecchie e inadeguate. Alcuni giorni fa ho letto su diverse testate locali, con uno stupore se non con sbalordimento, alcuni articoli dedicati al centro oncologico “Mariano Santo” di Cosenza. Anche prescindendo dalle note positive ufficiali che lo riguardano, come l’accreditamento dell’Eccellenza (il quarto in Italia) e i due “bollini rosa”, riconoscimenti attribuiti dal Ministero della Salute per l’attenzione rivolta alle problematiche della salute delle donne ecc., vorrei spendere sul Centro qualche parola che, alla luce dell’esperienza che là ho vissuto personalmente, mi detta il mio cuore. Ho trovato umiliante, e profondamente ingiusto e inesatto, ciò che ho letto sulla Oncologia medica di Cosenza: ho avuto la “ventura” (nella problematicità del significato del termine) di essere stata ospite del Mariano Santo in quanto paziente affetta da tumore, ed ho lì quindi vissuto una fase certo non insignificante della mia vita. Frequentando quel posto nella condizione di degente, ho avuto facilmente modo di capire che un ospedale non è fatto solo di mura e locali ma soprattutto di persone. Un malato oncologico che, è brutale dirlo, deve confrontarsi con una malattia che spesso porta alla morte, non si aggrappa di certo alla struttura ma a chi in essa opera: i medici, gli infermieri, gli psicologi, e tutti quegli operatori che gravitano intorno a lui per assisterlo. Ho conosciuto, al Mariano Santo, veri professionisti che mi hanno curato, come curano tutti i loro pazienti, con dedizione, rispetto e tanta, tanta umiltà; che li rassicurano li sostengono, ai quali somministrano oltre ai farmaci, grandi dosi di forza e di coraggio, necessarie quanto i medicinali per affrontare con dignità e per sconfiggere con questa terribile malattia. Ricordo la disperazione, la stessa che opprime ogni vittima del cancro, quando cominciai i miei cicli di chemioterapia. Sulle prime tutto mi spaventava, anche la strada che mi portava all’ospedale. Ma poi, avendo potuto attraversare quel periodo col conforto del supporto medico che ho ricevuto, ogni cosa - le macchine a cui eravamo attaccati da un lato io e dall’altro le flebo, il loro odore acre, le poltrone, i sorrisi e le confidenze con gli altri malati, persino quel “friccichio”che annebbia un po’ la mente e che ti accompagna durante tutto il trattamento - tutto per me è diventato rassicurante, perché era accompagnato dalla grande umanità del personale medico-infermieristico. Il malato oncologico, oltre che delle cure prescritte dai vari “protocolli”, ha bisogno di conforto e rassicurazioni che a volte, disperatamente, attinge non solo dai medici ma anche da chi prima di lui ha vissuto la sua esperienza. Ma anche, quel conforto e quelle rassicurazioni, gli devono essere offerti dalla stampa, che ha il dovere di essere coerente, fedele alla realtà delle cose, autentica e sincera. Mi permetto perciò di dissentire da quanto ho letto negli articoli dell’illustre Sig. Franco Corbelli che, per carità, ha sicuramente ragione nel denunciare le problematiche strutturali che effettivamente affliggono i locali del Mariano Santo. Tuttavia, avendo sperimentato una realtà così particolare personalmente, sulla mia pelle, e non per sentito dire, sento il dovere morale di rassicurare tutti coloro che purtroppo devono sottoporsi a cure oncologiche, e lo fanno al Mariano Santo. Da questa malattia, prima di tutto, si può guarire; ed io stessa, con altri che hanno avuto la fortuna di ottenere a Cosenza le giuste terapie e la necessaria assistenza, ne sono, è proprio il caso di dirlo, la prova vivente. Sono orgogliosa di poter dire che al centro oncologico Cosentino non si è affatto trattati con disorganizzazione o confusione, ma si è anzi seguiti con immenso rispetto e con la massima professionalità. Descrivere il Mariano Santo come una “Struttura da terzo mondo e degna di una città come Calcutta”, e non saper andare oltre, credo sia il modo più semplicistico, per quanto certamente sensazionalistico, di fare informazione. Posso immaginare quale piacere possa dare a certi burocrati, un simile approccio: “intanto - dicono quei burocrati - chiudiamo”: sappiamo tutti bene che chiudere, con la scusa dell’inadeguatezza dei locali, è facile. Ma intanto Sig, Corbelli, ha considerato che oltre a mobili e arredi ci sono persone che hanno bisogno di cure? E dell’immenso patrimonio di cultura, professionalità e competenza che ne facciamo? Ritengo perciò che scrivere in un modo simile - parziale, generico quanto superficiale e solo per sentito dire - di problematiche peraltro comuni a tanti altri nosocomi, e non solo della nostra regione, sia deleterio e dannoso, soprattutto se si hanno davvero a cuore la speranza, la fiducia e le aspettative che ogni malato, anche qui al Sud, ha l’inalienabile diritto di nutrire. Non è giusto né sensato parlare così genericamente e astrattamente di difesa dei diritti dei cittadini. Bisogna prima di tutto difendere orgogliosamente, quando c’è, ciò che abbiamo: a cominciare dalla dignità, dalla professionalità e dalla competenza. E al Mariano Santo, lo so per esperienza, al Mariano Santo, tutto questo c’è; e scusate se è poco. di Mariateresa Pattavina
Inserito da: mariateresa pattavina | il 01/09/2010 19.03.43  
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CROTONE LA BONIFICADEI SITI INDUSTRIALI TRA POLITICA E AFFARI
I ragionamenti con cui Francesco Zurlo ha aperto con alto senso di responsabilità e rinnovata partecipazione democratica la discussione attorno al tema della bonifica dei siti industriali affidati a ‘Syndial’, rappresentano una corretta premessa per tentare di avviare un percorso possibile, condiviso e concertato sul tema più generale e complesso del risanamento urbano di Crotone. Zurlo non è un ambientalista improvvisato. Egli sa bene che una nuova politica per Crotone e il territorio nasce solo in base al prodotto esatto, costantemente verificabile, di una perfetta miscela di etica politica ed economia pulita. Per ‘excursus’ storico, non da adesso, come altri certificano, ci battiamo insieme per una svolta ecologica e ambientale del territorio, annoverando tra tanti entusiasmanti previsioni e anticipazioni anche dolorose e cocenti sconfitte e incomprensioni. Tuttavia, dando conto alla speranza di non finire inascolatati come Ugo La Malfa, abbiamo messo in movimento idee e progettua lità con coraggio e senza alcun tornaconto, anche in momenti drammatici, quasi sempre andando controcorrente e marciando controvento. Come quando ci battemmo per impedire l’insediamento degli F16 a Isola, oppure denunciando le oscure triangolazioni commerciali del ‘tripolifosfato’ fabbricato in Enichem e, secondo alcune fonti, usato come arma micidiale di distruzione umana nella guerra tra Iraq e Iran; contestando i ‘fuochisti’ che ‘sequestrarono’ un’intera città, incendiando veleni sulla 106, avversando quei sindacalisti, specie la ‘colonna’ operaista dell’inquietante ‘Pertusola Sud’ che, nei lontani anni ’90, aprirono la caccia ai ‘verdi del sole che ride’, col pretesto che erano contro i livelli occupazionali e le ‘tute blu’ poichè chiedevano gli scavi archeologici in area ‘ex Montedison’ e/o Progetto’80; protestando contro l’aggressione edilizia della costa in zona ‘Vrica’; raccogliendo ben oltre diecimila firme di cittadini per salvare la Colonna di Capocolonna. (Vito Barresi, vitobarresi@gmail.com)
Inserito da: barresi - vito | il 23/08/2010 17.00.12  
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STRUZIONI PER RESISTERE IN UN PAESE "SOTTO COMMISSARIAMENTO VATICANO"
“Reato” e Peccato”: quale la differenza? Nel 1764, nell’opera “Dei delitti e delle pene”, il giurista e filosofo milanese Cesare Beccaria declarò una distinzione temeraria per l’epoca: quella tra “peccato” e “reato” (ragion per cui l’opera fu destinata ad essere iscritta nell’indice dei "libri proibiti"). Sulla scia del pensiero precursore di Thomas Hobbes (che già un secolo prima dichiarava che “se i reati son peccati… non tutti i peccati son reati”!), l'illuminista Beccaria sostené che: - mentre il “reato” consisterebbe in un danno arrecato all'intera collettività, tale per cui il responsbaile di tale atto meriterebbe di essere giudicato dalla Società nei modi e nelle forme dalla stessa stabiliti (diremmo oggi, dalla Giustizia ordinaria); - il “peccato”, invece, non sarebbe altro che un’offesa arrecata a Dio, ragion per cui il suo autore meriterebbe (almeno per chi è credente) di essere giudicato (punito o perdonato) solo da Dio. Cosa comporta tale distinzione? Inevitabile conseguenza della distinzione logica tra "reato" e "peccato" dovrebbe essere la seguente: - mentre il Diritto (la “legge positiva” o degli uomini) dovrebbe occuparsi solo dei reati (della configurazione giuridica della fattispecie e della previsione di una apposita sanzione per gli autori di reato); - la Religione (la “legge divina” o di Dio), invece, dovrebbe occuparsi solo dei peccati (ossia prescrivere esclusivamente alla Comunità dei propri fedeli dei canoni etico-morali di comportamento, prefigurando l'eventuale punizione divina nel caso della loro trasgressione). Perché in tale distinzione trova fondamento la “laicità dello stato” ? Presupposto di ogni ordinamento giuridico “laico” è proprio la capacità del legislatore di saper “tener distinti” la sfera religiosa da quella civile. Un esempio può facilmente dimostrarlo: - mentre i regimi teocratici islamici esprimono al meglio l'incapacità di separare il “peccato” dal “reato”, riconoscendo ancor oggi la “sharia” (ossia la legge divina islamica) come legge principale dello stato; - gli stati moderni occidentali (sorti dalla rivoluzione francese e dall’illuminismo) si sono contraddistinti per una “laicizzazione della politica” e “secolarizzazione della società”, frutto della capacità di distinzione tra la giustizia “divina” e quella “umana” (la prima competente solo a Dio, la seconda esclusivamente allo stato!). Cosa intendere per “laicità”? La laicità è uno dei principi su cui si fonda lo stato moderno (assieme a quello della “separazione dei poteri”). Per “laicità” deve intendersi: - la totale separazione tra lo stato e la Chiesa (o tra il diritto e la religione); - l'assenza d'indebite interferenze religiose nell’ambito dei poteri dello stato (legislativo, esecutivo e giudiziario); - e la piena autonomia delle Istituzioni pubbliche rispetto alle autorità o confessioni religiose ("libera Chiesa in libero stato", per usare il noto motto cavouriano). E’ pienamente "laico", dunque, lo stato capace: I- di mantenere un atteggiamento il più possibile "imparziale" nei confronti delle scelte spirituali individuali (di credenti e non credenti) e delle posizioni assunte dalle varie confessioni religiose (maggioritarie o meno); II- e di aver ben chiara la differenza tra il “governare” e il “guidare spiritualmente” un Paese (ossia tra il perseguire l'interesse collettivo e il difendere posizioni ideologiche particolari a discapito dei diritti e delle libertà generali!). Cosa distingue il "laicismo" dalla "laicità"? Mentre è pacifico il significato del termine “laicità”, risulta controverso quello del termine “laicismo”. Per far un esempio: - mentre alcuni dizionari della lingua italiana (quale il De Mauro), in accordo con la definizione storica del termine, considerano il laicismo come un "sinonimo di laicità"; - altri dizionari (quale lo Zingarelli), invece, considerano tali termini come "concettualmente differenti". In particolare: a- mentre il "laicismo" indicherebbe un atteggiamento più radicale (di "negazione") da parte dello stato nei confronti delle varie confessioni religiose (e delle correlate impostazioni etiche); b- la "laicità", invece, non implicherebbe di per sé alcuna ostilità da parte dello stato nei riguardi delle religioni: - richiedendo da parte di questo una "perfetta equidistanza" nei confronti di ogni posizione etica o credo religioso - e ammettendo anche la possibilità che ogni istituzione religiosa esprima posizioni morali, politiche o sociali (almeno sin quando questa non cerchi al contempo di imporle in forza di legge all'intera collettività, ossia anche a chi non le condivida!). Perché la "laicità" è una garanzia per i cittadini? La laicità rappresenta la migliore garanzia possibile del "principio di eguaglianza" e della "libertà di culto", intesa: a- sia "in positivo", come libertà di professare qualsiasi religione; b- che "in negativo", come libertà di non professarne alcuna. Uno stato "pienamente laico", difatti: - confida nell’individuo quale "padrone di se stesso" e "libero nelle proprie scelte" (rifiutando d'imporre valori "di parte" o verità "presunte" assolute!); - condanna ogni forma di integralismo ideologico/religioso; - e difende l'autonomia delle proprie Istituzioni da ogni potere o autorità esterni. L’Italia è uno "stato laico"? (...) PROSEGUI LA LETTURA SUL BLOG "PANTA REI": http://gaspareserra.blogspot.com/2010/08/istruzioni-per-resistere-in-un-paese.html Gaspare Serra (Università degli Studi di Palermo)
Inserito da: serra gaspare | il 19/08/2010 19.36.12  
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LUCE DE ANGELIS, CENTO ANNI DI LOTTE DEMOCRATICHE PER LA LIBERTA’ E LA DIGNITA’ FEMMINILE IN CALABRIA
I cento anni di Luce De Angelis, a cui rivolgo rispettosi auguri, invitano tutti noi a mettere in campo una proficua riflessione sul ruolo e sulla centralità delle donne e dei movimenti femminili nella battaglia per il cambiamento e il riscatto della Calabria. Raccontarsi come è andata in un secolo di vita significa sopratutto passare in rassegna le vicende e le testimonianze, rivivere i sentimenti e le memorie di tante escluse dalla storia, quelle stesse donne che con dignità, fermezza, affetto e, talvolta, con il loro appassionato martirio civile, politico e sindacale hanno costruito un altro destino sociale, umano e culturale per il mondo femminile locale, durante tutto il corso del Novecento. Impegno, sogni, culture, utopia si intrecciano nel vissuto di Luce De Angelis, prima donna in Italia eletta in un Consiglio provinciale e terza ad assumere una carica elettiva nel Paese, educata sull’esempio paterno di Vincenzo De Angelis, medico di Brancaleone, di fede massonica, tra i fondatori del Socialismo calabrese. Nella biografia di questa ‘pasionaria’ reggina resta memorabile il ricordo dell’entusiastico appoggio di uno dei massimi dirigenti nazionali della Cgil, Giacomo Brodolini, ex ministro del lavoro, che a bordo dell’auto di partito, messa a disposizione della candidata, la accompagnò nei vari comizi di una mitica campagna elettorale. Figura di cittadina esemplare, maestra elementare amata da tanti bambini, operatrice culturale e propagandista politica in una realtà del sud povera ed emarginata, il suo percorso è per tutti noi ancora oggi fonte sorgiva di un progetto di straordinaria attualità. Una vera e propria rete di memoria che riporta al centro del dibattito politico regionale la questione femminile, il tema dell’eguaglianza e dell’equità, la lotta alla discriminazione e alla povertà di genere, i problemi delle pari opportunità, della sicurezza e della tutela delle persone contro ogni violenza. VITO BARRESI
Inserito da: barresi vito | il 16/08/2010 18.09.57  
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LA CALABRIA E IL MEZZOGIORNO DI FRONTE ALLE ELEZIONI ANTICPATE
Se la Calabria e con essa tutto il Mezzogiorno non vorranno continuare a 'funzionare come pezza da piedi di Berlusconi' il voto anticipato potrebbe diventare una grande occasione di riscatto, orgoglio, protagonismo e rinnovamento. Esattamente dopo un secolo e mezzo di Unità nazionale che tanto è costata in termini di sottosviluppo, ritardo e marginalità per la Calabria e per il Sud le possibili elezioni, brandite come un arma da parte di Berlusconi e Bossi, si profilano come un'opportunità straordinaria e speciale per affrontare le questioni mal poste dalla riforma del federalismo fiscale che, nella logica di Tremonti, sono state risolte in maniera drammaticamente penalizzante per le nostre popolazioni, con gravi ripercussioni sulle economie delle famiglie, dei lavoratori, dei ceti medi sempre più afflitti dalla crisi economica e dall'avanzare di nuove povertà. Nella prospettiva del 2011 e nell'imminenza di una difficile battaglia elettorale toccherebbe al PD Calabrese farsi promotore di un grande progetto di unità e solidarietà del sud, per sconfiggere ogni tentativo di polverizzazione del dissenso e della protesta del Mezzogiorno, magari scaricata nell'alveo derelitto di quei soliti mille partitini opportunisti mascherati di sudismo e finto meridionalismo. Per questo occorre una nuova sintesi attorno a tre potenti temi aggreganti: la crisi irreversibile dello Stato accentratore e burocratico, il divario accentuato e permanente tra l'economia e redditi del Nord del Paese e quelle dei comuni calabresi costantemente ultime in graduatoria, il rinnovamento strutturale e infrastrutturale di una Calabria e di un meridione divenuti sempre più piattaforme strategiche negli attuali scenari della globalizzazione, del rapporto tra est e ovest/nord sud del mondo,snodo centrale e cerniera operativa nell'area di libero scambio euromediterranea che dovrebbe decollare proprio a partire dal 2011. A queste tre questioni dovranno corrispondere simmetricamente le scelte politiche di un prossimo governo di coesione nazionale in m VITO BARRESI
Inserito da: vito barresi | il 11/08/2010 13.03.06  
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